L’Occidente e lo Zar “tutto-per-tutti”

Lo “storico del presente” ha sempre un vantaggio: poter cogliere un segno, un’intuizione o una possibile idea del “come sarà”, osservando gli eventi e cercando di cogliere nel non detto – che in politica rappresenta almeno il 70/80% di ciò che avverrà – la verità giornalistica. Per i giornalisti più ambiziosi l’obiettivo è quello di giungere ad una “predizione”.

Lo storico, invece, deve attendere molto tempo per poter stabilire quella verità che il giornalista ha inseguito velocemente e voracemente. Tra il lavoro dello storico e quello dello “storico del presente” vi è, comunque, un passaggio: la possibilità di valutare diverse fonti in grado di smentire o confermare quanto “intravisto” o raccontato.

Da collezionista ostinata considero gli archivi un patrimonio prezioso capace di regalarci un ricordo vivido non del passato, bensì del presente. Proprio per questo, forse, Putin, consapevole delle ragnatele scomode della Storia del suo Paese (Katyn è solo un esempio), ha deciso di bloccare l’accesso agli archivi del KGB fino al 2040. 

Rovistando tra le mie copie di “Internazionale”, ho ritrovato un vecchio numero del 2003 (12/18 dicembre 2003, n° 518, Anno 2011) e, in particolare, un articolo di David Remnick (“Il nuovo Zar”, The New Yorker) che, in parte, aveva già compreso la direzione, i valori, il mix di ideologia e simbologia che Putin avrebbe scelto per la sua inarrestabile (e oggi lo sappiamo bene) ascesa al potere. Ecco un punto importante del suo articolo:

“Eltsin si è lamentato pubblicamente del suo successore in una sola occasione: quando Putin ha appoggiato il tentativo di reintrodurre l’inno ufficiale sovietico, composto, con l’approvazione di Stalin, nel 1943. Putin si era rivolto allo scrittore ultraconservatore Serghej Mikhalkov, che aveva contribuito a scrivere i versi dell’era sovietica (“Partito di Lenin, forza del popolo/continua a guidarci verso il trionfo comunista”) perché scrivesse un nuovo testo adatto all’era moderna: “Dai mari del Sud alla regione polare/Si estendono le nostre foreste e i nostri campi,/sei unica al mondo, inimitabile,/terra natia protetta da Dio.”

Eltsin ha considerato un affronto questa resurrezione. Aveva sostituito la bandiera rossa dell’era sovietica con il tricolore dell’era zarista e la falce e il martello con l’aquila bicefala, un simbolo che risaliva al quindicesimo secolo. Per tutta l’era Eltsin al posto dell’inno nazionale le orchestre avevano suonato un’opera di Mikhajl Glinka del 1833, Un canto patriottico, una melodia senza parole. L’inno di Putin era un oltraggio al movimento democratico. Il ragionamento di Putin a favore di quella che i russi chiamano una collezione “postmoderna” di simboli – alcuni zaristi, altri sovietici, altri ancora sui generis – rientra nella sua strategia “tutto-per-tutti”. La maggior parte dei russi non soffre per la perdita dell’ideologia comunista o del dominio sull’Europa orientale, ma rimpiange la passata grandezza dell’”impero interno”, le repubbliche non russe che oggi sono indipendenti. L’Unione Sovietica, come prima l’impero zarista, suscitava rispetto e timore in tutto il mondo e l’inno era in linea con quei sentimenti. Putin riscuote sempre gli applausi della folla quando dice: “Chiunque non si rammarichi per il crollo dell’Unione Sovietica non ha cuore, ma chiunque voglia ricostruirla non ha cervello.” Quello di Putin è un inno alla grandezza del passato e una promessa di farla tornare: un sentimento popolare e unificante.”

Queste sono solo alcune delle riflessioni che Remnick aveva maturato nel 2003. Un pensiero che risulta essere pienamente confermato dall’attuale gestione putiniana del potere (tralasciando, ovviamente, altre considerazioni relative alle strategie di politica economica). Il 30 maggio 2016, nel corso della sessione del Presidium del Consiglio economico della Presidenza della Federazione Russa, Putin ha “promesso di proteggere l’autonomia e l’indipendenza dello Stato fino alla fine della sua vita” (“Putin respinge proposta su linea morbida con Occidente: ‘sovranità non in vendita’”, http://it.sputniknews.com, 30 maggio 2016).

Questo ideale di sovranità ha assunto con Putin una veste “antica”, ossia quella zarista, che si basa sul concetto di “sacro suolo della Terra russa” e non quella comunista che vedeva nell’ideologia il fattore di coesione della società sovietica. Il richiamo è, dunque, agli Zar della Storia quali, ad esempio, Ivan il Terribile e Pietro il Grande  e agli eroi nazionali come Aleksandr Nevskij (1220-1263), abilmente ritratto dal grande Maestro Ėjzenštejn:

“Andate a dire a tutti gli abitanti dei Paesi stranieri che la Russia è viva. Vengano tutti a trovarci senza paura. Ma chi verrà da noi con la spada in pugno di spada perirà! Questa è la legge che regola la vita della sacra terra di Russia.”

Una sovranità in espansione – com’è accaduto per una parte del territorio ucraino e per la Crimea – o in perenna difesa, come dimostra la crescente preoccupazione manifestata da Putin nei confronti dell’allargamento ad est o, come viene percepito, dell’accerchiamento da parte della NATO: la volontà finlandese di aderire alla NATO stessa lo dimostra.

Al culto del “Numero Uno”, celebrato nelle matrioske (accanto ad altri Zar), nei gadget, nelle t-shirt, nei profumi etc. si affiancano una strisciante tendenza, condannata ufficialmente da Putin, a “riportare in vita” la figura di Stalin

“Vladimir Putin has […] authorised a new monument to victims of political repression to be unveiled later this year. Yet the perception of Stalin as an “effective manager” has significantly risen under Putin, while Stalin-era rhetoric has returned. Opposition figures are increasingly branded “enemies of the state” again and non-governmental organisations labelled “foreign agents.*”

e, nel contempo, un giudizio fermo e critico, espresso ufficialmente dopo una lunga attesa forse per non turbare i “nipoti di Lenin”, nei confronti di Lenin stesso (e del Governo bolscevico), accusato di aver “piazzato” a “time bomb under the state.**”

A suggellare il potere zarista di Putin ci ha pensato la Chiesa Ortodossa nella persona del Patriarca Kyrill, che ha legato in maniera indissolubile potere temporale e spirituale investendo, così, Putin di una sacralità e autorevolezza in grado di condizionare fortemente il tessuto socioculturale e normativo del Paese (basti pensare al caso delle Pussy Riot). A tale proposito, consiglio vivamente di vedere “Leviathan”, un film, a dir poco raggelante, del 2014 diretto da Andrej Zvjagincev e premiato ai Golden Globe del 2015.

Il riconoscimento di Putin quale unico Zar e, nel contempo, Servitore dello Stato di matrice KGB (secondo alcune fonti, la famosa lettera di dimissioni dal KGB pare non essere mai pervenuta al destinatario) capace di riaffermare i valori dell’Impero perduto è ulteriormente rafforzato dal culto della Persona, amplificato in chiave pedagogica e paterna per le masse russe.

Tornando all’articolo di Remnick, il disegno di Putin si sta completando giorno dopo giorno nella direzione indicata, ovviamente con le dovute variazioni legate alla contingenza geopolitica ed economica.

Ma sono passati 13 lunghi anni. E ancora oggi sono in pochi a saper prevedere e prevenire le mosse di Putin.

Lo scollamento tra il percorso dell’Orso russo e la mentalità politica dell’Occidente è molto profondo. Ma l’elemento più grave è certamente la tendenza occidentale a sottovalutare o valutare solo in un’ottica di breve periodo le mire di Putin. Basti pensare al conflitto in Siria, che ha regalato alla Russia la gestione di una fetta consistente del Medio Oriente. Come disse alcuni mesi fa il Ministro degli Esteri russo Lavrov, il Medio Oriente e il Libano sono considerati dalla Russia stessa “as a whole”.

La Russia si informa, osserva l’Occidente, lo studia, mantiene rapporti costanti con alcuni Paesi situati in punti strategici per l’Europa e il sistema internazionale: per capirlo è sufficiente controllare il flusso informativo sui social network  e sui media tradizionali o ascoltare i discorsi del Presidente (e degli esponenti del suo Governo).

Ma noi ci informiamo? I nostri esperti di politica internazionale (non dico solo a livello nazionale ove vi sono sovietologi capaci e brillanti) conoscono davvero la forma mentis del Presidente e dell’opinione pubblica?

Nell’editoriale del 1° numero del 2016 di “Limes” dedicato al “mondo di Putin” è illustrato perfettamente non solo il concetto, ma anche il sentimento di “impero”:

“Impero è chi pretende di esserlo ed è come tale percepito, nella lunga durata, dai principali attori sulla scena planetaria. La dimensione spirituale degli imperi spiega perché tendano a sopravvivere virtualmente alla loro scomparsa fisica, quasi supernove che irradiano lo spazio ben dopo l’esplosione. L’essenza dell’impero sta infatti nella sua irriducibilità alle mere istituzioni e prerogative statuali classiche, nazionali o meno. Gli imperi si distinguono per il rifiuto di allinearsi agli altri Stati nella rete delle relazioni internazionali in quanto si considerano essi stessi sistema.”

Ora che alcuni tasselli del sistema di potere definito nel dopoguerra e l’architettura istituzionale europea stanno cedendo lentamente e considerata l’assenza di veri statisti, nella definizione e relativa “manutenzione” dell’asse (reale) Est – Ovest, bisogna superare, a mio avviso, il vecchio ed errato storytelling sulla Guerra Fredda (vi è ancora? Non vi è più? Forse rinasce? La Guerra Fredda, in realtà, si è solo evoluta) spesso utilizzato anche da Putin stesso a fini propagandistici, ripensando strumenti “politici” di scambio economico, diplomatico, culturale e “linguistico” (“Le parole sono performanti”) in grado di allineare aspirazioni russe (sintetizzate perfettamente nel concetto di “sistema” introdotto da “Limes”) ed esigenze occidentali.

La creazione di un proficuo rapporto con la Russia dovrebbe essere portata avanti proprio mentre i Paesi occidentali riorganizzano il proprio assetto geopolitico e istituzionale. Un’occasione di ricostruzione che andrebbe a sanare la fragilità politica collettiva che vede vacillare i vecchi equilibri cui si è abituati da più di 50 anni.

Un Occidente distratto, superbo e foriero di visioni stereotipate della Russia è forse il regalo più grande che possiamo fare a Putin. Cerchiamo di non commettere questo errore per la seconda volta.

*http://www.independent.co.uk/news/world/europe/stalin-rises-again-over-putins-russia-six-decades-after-his-death-a6893826.html

**https://www.theguardian.com/world/video/2016/jan/26/vladimir-putin-denounces-russian-revolutionary-leader-lenin-video

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Nota:

È possibile leggere questo articolo anche sul blog https://storiesovietiche.wordpress.com/.

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I Padri della Patria esistono ancora

Il rispetto e l’ammirazione per il Presidente Mattarella sono profondamente radicati nella mia visione politica. Ritengo sia una delle figure  più corrette ed oneste del nostro Paese. Lo era in passato e lo è anche oggi.

Ma in questa fase, caratterizzata da uno stato di crisi permanente (finta, reale, probabile, certa o strumentale) a livello nazionale e internazionale, sento davvero la mancanza del Presidente Emerito Giorgio Napolitano.
Certo, la nostra non è una Repubblica presidenziale, ma Lui, in questi anni, è sempre riuscito a guidare con i famosi “moniti” e gli insegnamenti i diversi Presidenti del Consiglio, rassicurando l’opinione pubblica.

Un ruolo di Padre della Patria che per i famosi italiani “ancora da fare” è più che mai essenziale.

Dai tempi bui di “Giorgio, non firmare”, in cui doveva contrastare il potere berlusconiano, fino all’ultima elezione “subita” solo per amore dello Stato Napolitano ha sempre mantenuto la bussola dell’eleganza istituzionale e una capacità decisionale, lucida e brillante, che pochi Capi di Stato possiedono. Lo stiamo vedendo in queste ore, proprio dopo Brexit.

E questa sua capacità non deriva solo dall’esperienza politica e di Partito, ma anche da una mentalità strategica che apparteneva e appartiene solo ai togliattiani (e, in modo diverso, anche ai democristiani).

Io sono da sempre gramsciana, ma il lato “buono” del pensiero togliattiano può ancora garantire grandi risultati. È una lezione che ho appreso, da militante attiva del Pd, durante la difficile e dolorosa campagna elettorale romana.

Sì, i Padri della Patria esistono ancora. Ora ne ho la conferma.

Vladimir risponde

Anche quest’anno si è svolto il rituale che alcune “democrature” onorano per rafforzare la propria identità, offrendo al popolo (mai sovrano) una patina di trasparenza e dialogo molto lontana dalla realtà.

Il 14 aprile, per 3 ore e 40 minuti, Putin ha risposto alle domande dei cittadini*, cercando di rimodellare – alla luce della crisi economica, delle sanzioni imposte dall’Occidente e del ruolo geopolitico assunto nel corso di quest’ultimo periodo – l’immagine di una nuova Russia, pronta, con cautela, ad affrontare le pesanti sfide future.

Non sono mancati ovviamente i commenti cinici che caratterizzano lo stile putiniano (spero che la bimba di 12 anni si sia ripresa da questa lezione di “etica staliniana”):

12:45 MSK: If both Poroshenko and Erdogan are drowning, who would you save first, 12-year old Varvara asks.

Putin: “If someone decides to drown, it is impossible to save him. But we can lend a helping hand to any partner”.

Al di là delle risposte “colorite”, salta subito all’occhio l’immagine di un Presidente che sta cambiando forma e strategia politica (anche in vista del voto del 2018), creando un nuovo storytelling, talvolta contraddetto ad arte da dichiarazioni “forti” rilasciate a mezzo stampa, in grado di valorizzare l’azione internazionale portata avanti in questo periodo dal Governo in qualità di “pacificatore, mediatore, alleato etc.” (a voi la scelta).

Per avere un quadro “abbastanza” chiaro della situazione è sufficiente consultare il profilo twitter del Cremlino o del Ministero degli Esteri o leggere gli articoli della stampa governativa o indipendente: colloqui, visite di Stato, interlocuzioni con Paesi appartenenti ad aree completamente diverse tra loro (per citarne alcune, Argentina, Giappone, Mongolia, Bolivia etc.), senza dimenticare l’importante e preoccupante azione diplomatica avviata in Medio Oriente durante la guerra in Siria e dopo (ma vi è davvero un “dopo”?).

Le dichiarazioni del Ministro Lavrov sul Libano e sul Medio Oriente – considerati “as a whole” – e le prossime visite del Presidente Putin in Israele (21 aprile) e l’incontro con il Presidente palestinese Abbas (18 aprile) dovrebbero lanciare un segnale sulle mire putiniane/zariste, cui si aggiungono le “collaborazioni a progetto” e le simpatie storiche con alcuni Paesi dell’Unione europea.

Ora più che mai, in una fase di transizione per gli Stati Uniti e di grave emergenza politica e morale della UE, l’attenzione verso l’Impero russo dovrebbe essere massima.

L’Occidente si sveglierà in tempo? Intanto la Guerra fredda, mai conclusa, ma rivista ed evoluta, è sempre lì ad attendere, quasi, senza fretta.

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*Nota: per leggere le domande e le relative risposte si rimanda all’articolo di “Russia Beyond the Headlines”, 14 aprile 2016 (http://rbth.com/politics_and_society/2016/04/14/putin-live_584699)   

“Libri come” e la Russia di Putin: la lezione di Garry Kasparov

“Once KGB, always KGB”.

Un’espressione ripresa da Garry Kasparov nel corso dell’incontro “Come fermare Putin”, svoltosi ieri all’Auditorium di Roma nell’ambito della manifestazione “Libri come”, che sintetizza perfettamente alcune delle politiche strategiche avviate dal Presidente russo a partire dalla sua ascesa al potere fino ad oggi.

Nel corso di una lunga chiacchierata con Adriano Sofri, la cui presenza ha dato uno spessore culturale e politico di grande valore all’evento, Kasparov non ha solo delineato la sua visione del nuovo assetto geopolitico, ma ha cercato di “spiegare” la figura di Putin ad un pubblico italiano che spesso non ha l’opportunità di ascoltare chi ha “vissuto e subito” la Russia sulla propria pelle.

Conoscere la Russia dall’interno e da oppositore (la “Russia di Putin”, precisano Sofri e Kasparov, e non la Russia in sé) è il primo requisito per capirla davvero. E con il suo nuovo libro “L’inverno sta arrivando” (Fandango Libri, 2016) ha voluto dare un messaggio forte, una sorta di “wake-up call”, come lo ha definito, sulla pericolosità di un uomo che, dal punto di vista politico e militare, ha rimodellato un Paese divenuto ormai “a pale shadow” dell’Unione Sovietica.

http://www.fandangoeditore.it/shop/documenti/linverno-sta-arrivando/

Un dittatore che ha trasformato se stesso, grazie allo storytelling della propaganda, ad astute mosse di breve periodo (“today, maybe tomorrow morning”) e ad una vocazione fortemente divisiva (“Divide et impera”), nella figura di un “eroe”, circondato da nemici e dal “male”, che ha saputo sfruttare e stimolare la debolezza dell’Unione europea, sia finanziando Governi e movimenti di matrice nazionalfascista sia acutizzando scenari drammatici interni all’Unione, ormai incapace di ripensarsi come progetto politico e sociale.

Nel corso del dibattito sono finite sotto processo, anche grazie alla brillante memoria storica di Adriano Sofri (“You do all the talking”, ammette, scherzando, Kasparov a seguito di alcuni interventi di Sofri stesso), molte figure internazionali di spicco, quali, ad esempio, Blair, Clinton e Schröder. Politici che hanno dato avvio, deliberatamente o inconsapevolmente, ad un effetto domino (divenuto deleterio nel lungo periodo) determinato dall’assenza/eccesso di interventismo nell’ambito della politica internazionale, da “relazioni” distorte (la questione  Schröder / Gazprom) e da una significativa cecità (o incapacità) storico-strategica.

L’idea di Kasparov è che non vi sia più soltanto una contrapposizione tra Est e Ovest, ma una spaccatura profonda tra “the free world” (considerata la presenza  di democrazie anche in aree che non rientrano pienamente nel blocco occidentale) e Paesi come la Russia. Una chiave di lettura che, superando la Storia, impone un ripensamento della politica estera in termini di alleanze, tattiche e politiche.

E poi giunge ovviamente, tra i tantissimi temi trattati, anche il gioco degli scacchi. Definirlo “gioco” è certamente riduttivo poiché questa forma d’arte reca in sé capacità strategica e abilità logica, elementi che certamente aiutano a comprendere lo scenario geopolitico internazionale (non è un caso l’utilizzo dell’espressione “scacchiere internazionale”). A mio avviso, la forma mentis dello scacchista (anche se, precisa Kasparov, non tutti gli scacchisti sono “freedom lover”) ha conferito a Kasparov stesso la capacità di “leggere” gli eventi e di interpretarli, ricordando le battaglie da sostenere e i segnali da intercettare.

La funzione di “wake-up call” svolta dal suo saggio porta, inevitabilmente, ad una “chiamata all’azione contro una minaccia che è stata ignorata troppo a lungo”. Ed è un bene che Kasparov voglia condividere la sua visione con tutti coloro che considerano Putin una minaccia per l’ordine internazionale.

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“Weekend”: amore e diritti negati

5 anni per arrivare in Italia. 5 lunghissimi anni. Mentre in molti Paesi i diritti della comunità LGBT vengono riconosciuti ufficialmente dal Legislatore, in Italia “Weekend”, un’opera del 2011 del regista Andrew Haigh che ha ricevuto riconoscimenti e premi a livello internazionale, arriva nelle sale italiane nel 2016 (il 10 marzo, per l’esattezza).

A Roma solo al cinema Quattro Fontane. 5 anni di attesa e una sala, una, nella Capitale, con tanto di divieto ai minori di 14 anni.

Perché? Questa è la domanda che mi sono posta, intuendo, purtroppo, la risposta.

Leggendo l’articolo di Francesco Zaffarano* sulla Stampa, scopro che questo film non piace alla Conferenza Episcopale Italiana, “che attraverso la sua Commissione nazionale per la valutazione dei film ha giudicato la pellicola ‘sconsigliata, inutilizzabile e scabrosa’. […] La Commissione della CEI, infatti, valuta tutti i film che escono in Italia per dare delle linee guida per la programmazione delle millecentoventisei Sale della Comunità, cioè quelle ecclesiastiche. Quello che molti non sanno, però, è che tra queste non ci sono solo piccoli cinema parrocchiali, ma molte sale del cosiddetto circuito d’eccellenza. Sono cinema a gestione laica, ma che devono attenersi alle indicazioni della Commissione, che può quindi impedire la proiezione di film che sono già passati al vaglio dei controlli del Ministero dei Beni Culturali.”

Di “scabroso” in questo piccolo gioiello non vi è nulla. “Weekend” racconta la storia d’amore di due giovani ragazzi che, dopo un incontro, iniziano una breve, ma intensa relazione. Un legame fatto di desideri, amore, domande difficili e “verità fino a sanguinare”. Un amore che aiuterà i protagonisti, seppur in modo diverso, a ritrovare o ad affermare la propria identità nel percorso di vita che hanno intrapreso.

“Weekend” offre una speranza: da una parte, quella di poter sconfiggere la paura di essere discriminati e insultati, cambiando la mentalità delle persone ed eliminando l’arretratezza, e, dall’altra, di lottare per i diritti, mitigando la rabbia legittima nei confronti di un mondo pensato, raccontato e plasmato solo per gli eterosessuali.

È la tenerezza ad ispirare lo sguardo del regista e il suo racconto. Un sentimento che si ritrova nei baci, nell’ironia, nel sesso, nel caffè condiviso al risveglio, nei racconti della propria infanzia e delle mille ferite impossibili da cancellare.

Guardando il film, ho pensato immediatamente a “Chiamami col tuo nome” (Guanda Editore, 2008), un romanzo stupendo in cui anche lo scrittore André Aciman racconta la storia d’amore di due ragazzi: il coraggio del protagonista e la sua capacità di amare oltre le discriminazioni e le convenzioni, purtroppo, non riuscirà a salvare l’amato, che decide di legare per sempre la propria vita all’infelicità.

In Italia un primo passo è stato fatto grazie al provvedimento sulle Unioni civili. Ma vi è ancora molto da fare… Tantissimo, direi.

L’auspicio è che la Legge, il dibattito e anche la visione di film come questo possano aiutare chi vive ancora nel Medioevo ad abbattere il muro di ignoranza

Love is love.

*“’Weekend’: il film Lgbt non piace ai vescovi ed esce solo in 10 cinema”, Francesco Zaffarano, “La Stampa” (10 marzo 2016).

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Lucio ed io

Sedici anni per dire che davvero non mi bastavi mai. Lo sapevo allora e lo so anche adesso. Si respirava nebbia e l’umidità era il nostro unico vestito. L’interno e l’esterno non contavano. Vi era solo tantissima acqua, sotto i ponti, per le strade, in casa. Un’acqua che non sapeva di Narciso, ma di chiarezza, di amore certo e di sogni che divenivano progetti.

Lucio era lì, con me. Come mille altre volte.

Ed era con me anche quando volteggiavo in casa, a cinque anni (o forse meno), ballando sulle note di “Balla balla ballerino”. Era una presenza costante che non mi ha mai abbandonato, come un parente caro, un consigliere che sapeva darmi la risposta nel momento del bisogno.

Con la “Settima luna” aveva previsto quella notte di cielo viola e grigio, in cui il tempo si era fermato. Per tre, quattro minuti.

Con “Cara” è, invece, iniziata la fase della consapevolezza. Quella di voler “volare sopra un tetto” perché era impossibile spostare quella bottiglia, cercando di “fidarsi” di tutti quei capelli. Non ci si poteva fidare.

Lo so anche ora che non c’è più. E ogni volta è una fitta al cuore o alla testa, mentre ricordo pezzi di vita che vanno e vengono.

Io sono qui. Ciao, Lucio.

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“Un mistero dentro un enigma”

Quali sono le “storie sovietiche”? E perché raccontarle?

Quando ho creato questo taccuino (storiesovietiche.wordpress.com), pensavo alla Russia di Putin, degli Zar, di Lenin, di Stalin, dei grandi scrittori e registi e dell’immenso patrimonio culturale che ha caratterizzato e ancora caratterizza il Paese.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, che rappresenta, secondo Putin, uno degli eventi più gravi accaduti a livello mondiale, la Russia si è riscoperta fragile, devastata, quasi “nuda”, privata di quegli Stati (molto “utili” per risorse e fattori geopolitici, ma anche contraddistinti da naturali spinte indipendentiste) che fino al crollo erano parte integrante della vita economica, culturale e politica del Paese.

Ho scelto il termine “sovietico” per definire le mie, le loro “storie”, anche se la parola “russo” rimanda alle radici di questo vasto Impero (la Terra di Rus’), ad Aleksandr Nevskij, a Ivan il Terribile (lo Zar amato da Stalin), a Pietro il Grande (lo Zar amato da Putin) e a tante altre figure.

“Sovietico”, infatti, era il fattore che univa tutti, in una “culla” matrigna che era, tuttavia, “l’ultimo Impero al mondo”. Un Impero che custodiva in sé differenti tipologie di identità. Come ricordava Ryszard Kapuściński in “Imperium” (Feltrinelli Editore, 2013), questa vastissima area è articolata in differenti “alberi genealogici” che rendono difficile ai cittadini il riconoscimento di un senso di appartenenza ad una nazionalità. “Si tratta, appunto, del famoso homo sovieticus: sovieticus non certo per convinzione o atteggiamento, ma perché finora la sua unica identificazione sociale era l’appartenenza allo stato sovietico. Caduto lo Stato, tutta questa gente è oggi alla ricerca di una nuova identità […] Questo homo sovieticus etnico è un prodotto della storia dell’URSS, caratterizzata in così larga parte da continue e massicce migrazioni, trasferimenti, spostamenti e peregrinazioni di popoli.”

Alla luce di tutto ciò, è necessario raccontarle queste storie. L’attualità ci impone di conoscerle in quanto, nello scenario geopolitico attuale, è proprio l’incapacità – per pigrizia, ignoranza, disinteresse etc. – di molti cittadini occidentali, dei relativi leader e di una parte dei media ad aver reso così difficili i rapporti tra mondo “sovietico” e Occidente. La Guerra Fredda – ormai è noto – non è mai finita. Si è solo evoluta. Ma in pochi hanno cercato di analizzare i percorsi di questa nuova Russia, così zarista e, nel contempo, così staliniana… All’inizio dell’anno Paolo Garimberti in un bellissimo editoriale pubblicato sull’edizione domenicale de “La Repubblica”(“Il ritorno dello Zar”, 3 gennaio 2016) ricordava la famosa citazione di Churchill del 1939:

“Non sono in grado di prevedere come si comporterà la Russia. È un indovinello avvolto in un mistero dentro un enigma. Ma forse c’è una chiave. La chiave è l’interesse nazionale russo”. Churchill – a differenza di Roosevelt – al tempo aveva già compreso le reali intenzioni di Stalin, mentre l’amico americano non era stato così acuto. 

Secondo Edgar Morin, “l’avventura dell’URSS costituisce la più grande esperienza e la questione più importante dell’umanità moderna.”

La Russia, dunque, va studiata, compresa, contestata, apprezzata o criticata. Ma sempre e solo dopo averne colto l’essenza. Umilmente ci provo con questo mio piccolo taccuino…

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